Perdersi in oceani di parole, di volti, di pensieri… la danza delle dissertazioni, il canto della poesia mi trascinano nel più morboso dei giochi: il sogno. Splendido incanto perduto nel vento, nello spazio tra il sonno e la veglia. Straniarsi, bearsi delle solite immagini rassicuranti all’interno di scenari ben meno che probabili, in un’interminabile discesa verso la nebbia. Possa una luce guidarmi, poiché i suoi occhi sono lontani.
Affogare in un mare di nebbia, nell’inverno del cuore, il tempo che scorre veloce sulle nostre vite, è andare indietro camminando in avanti. Il susseguirsi dei minuti cade nello spazio di un grido immaginato, un’eternità senza capo né coda.
Immagini tatuate nell’anima, i tuoi occhi vuoti davanti ai miei, spenti.
Uomini di metallo vestiti d’argento mi inseguono nel mio ramingo girovagare, parlandomi in lingue sconosciute. Sentimenti fragili non reggono alla caduta, il rumore dell’impatto si spande tutt’intorno.
La debolezza è un lusso che in pochi possono permettersi, soffrire al di sopra delle proprie possibilità è un’arte.
Camminare, camminare senza sosta per non perdere il filo dei propri pensieri. L’ansia di una vita dimenticata, forse mai vissuta, torna prepotente al presente. Inutile opporre resistenza, l’inarrestabile flusso d’incoscienza continua imperterrito a flagellare con la sua pedante regolarità. Servono i fiumi, che si rompano finalmente gli argini e che i flutti travolgano tutto ciò che si para loro innanzi!
Annegare, forse questa è la soluzione: capestri di parole.
Sprofondare nel buio immenso della notte, affondare nei propri pensieri. Essi sono pietre pesanti che trascinano sul fondo, in una spirale infinita di oblio senza ritorno. Avanzare, avanzare senza voltarsi indietro è l’unica cosa sensata, l’unica azione da compiere. Il dolce calore ovattato dei sogni ci rende estranei, dimentichi della realtà. Nuovi chiodi piantati nella carne, continuo a sanguinare copiosamente.
Le ferite non si rimarginano così facilmente.
Forse mi sono sbagliata
Senza senso.