Nata da altri occhi morti
ombra muta tra i muri
mi muovo
Proiettata nel mondo
sparisco ad ogni incrocio
il mio io dietro un vetro
come riempiremo gli spazi vuoti?
Muoio ogni giorno a poco a poco
sacrificata sull’altare delle mie illusioni
pugnalata dai rimpianti
splende il sole su di me
astro gentile, astro infame
che mi regala la sua luce ma null’altro in più
mostrandomi le bellezze del mondo
e le mie miserie
Il mare urlò sotto di me. La tempesta che mi ha inghiottita tanto tempo fa si è ormai esaurita, ma io sono ancora qui sul fondo. Volli forse andarci? Forzai il Fato quando quella sera uscii noncurante e mi diressi verso la scogliera mentre il cielo crollava?
Ricordo che ero triste. Piangevo assieme al temporale e singhiozzavo ad ogni rombo di tuono. Ogni saetta mi feriva nel profondo, mi strappava l’anima. Nero sopra, nero sotto, nero dentro… tutto era nero. Tutto faceva rumore ma riuscivo a sentire soltanto i battiti del mio cuore mentre mi avvicinavo al baratro. Il faro era spento.
Buio. E fu buio per sempre.
E divenni silenzio. Un silenzio assordante sparato dritto al cuore del Sole, della Luna, dell’intero Universo. Le coltri bianche del silenzio mi avvolsero, ed io le seguii, per le scale dorate della Pace Eterna. Una luce opaca mi destò dal mio sonno, un medico gentile mi disse che mi avevano salvato con una lavanda gastrica.
Che possa morire al posto mio. Con tutte le infermiere al seguito.
“Io non sono nessuno” disse. E se ne andò.
Steve aveva vent’anni e una chitarra in spalla. Girava sempre con la chitarra, anche se andava al lavoro. Faceva il Pony Express, Steve. E’ scomodo girare in scooter con una chitarra, ma a lui non importava. Lui voleva suonare. Voleva avere sempre una colonna sonora nella sua vita, solo sua e di nessun altro. Niente che fosse già stato composto o cantato, solamente le note scaturite d’impulso dalla sua vecchia Eko graffiata e ammaccata.
L’avevano visto strimpellare sui gradini del municipio. Sfiorava le corde senza curarsi del mondo quando due uomini vestiti nel modo più strano che avesse mai visto scesero da un lussuoso macchinone e iniziarono a parlare.
“Gran bella canzone, come s’intitola?”
“Non lo so, non do mai loro dei nomi” rispose
“Come mai?”
“Per dare i titoli bisogna pensare. Io non penso mai quando suono, sono solo me stesso attraverso la chitarra”
Uno dei due sussurrò qualcosa all’orecchio dell’altro che continuò:
“Al pubblico piacerà sentire questa storia. Tutti amano i poeti.”
“Pubblico?” Steve era perplesso
“Certo, siamo dei discografici, crediamo che tu possa diventare qualcuno! La tua musica è semplice ma d’impatto e allo stesso tempo complicata e…”
Il ragazzo li interruppe.
“Io non sono nessuno” disse. E se ne andò.
Steve aveva vent’anni e una chitarra in spalla. Mentre attraversava la strada per raggiungere il suo motorino non si accorse di quella macchina che correva a folle velocità per le strade.
Un secondo e sull’asfalto restarono solo sangue e corde strappate.